Perché la UE non risolverà mai il conflitto con le corti nazionali

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by Mauro Casarotto |

Il Parlamento Europeo citerà la Commissione davanti alla Corte di Giustizia dell’Unione. L’accusa per la Commissione è quella di non assolvere i suoi compiti essendo troppo debole di fronte a quegli stati dell’Europa dell’Est che ricevono i fondi redistribuiti dall’Unione ma allo stesso non ne rispettano le regole e i principi. Si tratta di stati che sono governati da conservatori populisti che godono di largo consenso e che continuano ad umiliare la UE sui temi dei diritti civili.

Una situazione che dimostra la debolezza in termini di ‘law enforcement’ dell’Unione, costretta ad usare come leva il suo unico vero elemento di forza ovvero le iniezioni monetarie e i vantaggi economici derivanti dal mercato unico.

Il casus belli è infatti il meccanismo che vincola il versamento dei fondi europei allo stato di diritto. Il Premier polacco Mateusz Morawiecki ha dichiarato che Bruxelles ‘minaccia con la pistola alla testa’ e ha intimato la Commissione Europea a non iniziare un conflitto sul tema dei diritti civili.

Nel frattempo la Corte di Giustizia dell’Ue ha condannato la Polonia a pagare alla Commissione una multa giornaliera da un milione di Euro per non aver sospeso l’applicazione delle disposizioni nazionali relative alla recente riforma sull’organizzazione della magistratura.

Il caso è estremamente caldo dopo lo scontro tra Polonia e UE seguito alla decisione della Corte Costituzionale di Varsavia che ha recentemente rovesciato il principio del primato del diritto europeo su quello nazionale.

Una cosa simile era peraltro già accaduta con la consulta tedesca che ha posto sub iudice la possibilità di approvare le misure del piano Next Generation EU in assenza dell’approvazione del parlamento nazionale.

A queste situazioni si aggiungono le dichiarazioni del premier della Slovenia Janša il quale sostiene che Bruxelles abusi del suo potere in materia di stato di diritto, per non parlare del premier ungherese Orbàn che è da anni un antagonista endemico delle istituzioni europee su questi temi.

Tutto ciò dimostra quanto sia sempre più ampio il conflitto tra la UE da una parte e gli stati membri dall’altra ma anche tra le stesse istituzioni europee fra di loro.

L’ampiezza del deficit democratico e funzionale dell’Unione Europea

Il conflitto che si è aperto tra il Parlamento Europeo e la Commissione può trarre in inganno e far pensare che finalmente il Parlamento sia disposto a combattere per acquisire più democraticità e più equità nell’Unione.

Ma si tratta ancora una volta di una danza di fuochi fatui, priva di sostanza.

Attaccare la Commissione, che è nominata dai governi e confermata dai voti dello stesso Parlamento Europeo, è come sparare sulla croce rossa.

Il deficit di equità e democraticità dell’Unione coinvolge infatti tutte le sue istituzioni. Per primo proprio il Parlamento che non è un vero organo legislativo essendo sprovvisto di potere indipendente di iniziativa legislativa e disponendo solo di deboli poteri di controllo sulle altre istituzioni. Poi certamente la Commissione che non è un vero esecutivo in quanto i suoi componenti sono grottescamente parcellizzati tra gli stati membri secondo la logica 1 stato – 1 commissario, non facendo altro che riprodurre il conflitto tra diversi interessi nazionali (vanno accontentati tutti, altroché interessi comuni di tutti gli europei!). E, per ultimo ma non certo ultimo per importanza, il Consiglio. L’organo al quale i trattati hanno affidato il potere decisionale finale e che è soggetto ai veti incrociati e ai conflitti fra gli interessi nazionali dei singoli stati membri, ai quali si aggiungo gli interessi di partito o quelli personali dei vari leader politici.

Teoricamente i capi di governo che siedono nel Consiglio si dovrebbero occupare degli interessi comuni di tutti gli europei ma, di fatto, essi siedono nel Consiglio sulla base di un mandato per promuovere gli interessi nazionali dei rispettivi paesi.

Questo accade perché il ruolo di capo del governo viene conquistato dopo le elezioni politiche nel proprio paese. I capi di governo degli stati membri sono così responsabili di fronte agli elettorati nazionali e sono solo questi elettorali che possono decretarne la rielezione o la bocciatura. Mentre l’elettorato europeo (il complesso di tutti i cittadini dell’Unione) non può né giudicare, né porre termine al loro ruolo nel Consiglio dell’UE.

Il conflitto di interessi del Consiglio dell’UE, generato dalla contrapposizione tra interessi nazionali (parziali) e interessi comuni (di tutti i paesi e i cittadini dell’Unione), è uno dei peggiori mai esistiti. Si tratta di uno dei più eclatanti casi di tossicità di un doppio mandato nell’attività politica.

La tendenza degli europeisti

In questa situazione i movimenti federalisti (e gli europeisti in genere) stanno da decenni perseguendo questa linea: conferiamo sempre più potere al Parlamento Europeo in quanto organo che rappresenta i cittadini e, un bel giorno, ci troveremo ad avere un’Unione Europea più democratica che davvero persegue gli interessi comuni a tutti gli stati e tutti i cittadini europei.

L’ inizativa del Presidente del Parlamento Europeo David Sassoli di adire alla Corte di Giustizia rientra in questa tendenza ideale e strategica, il cui risultato finale dovrebbe avere il nome di ‘Federazione Europea’.

Sfortunatamente, al di là del successo che questa specifica azione potrà avere sulle intemperanze di alcuni governi dell’Est, non c’è possibilità che questo sia l’inizio di un processo di soluzione delle tante contraddizioni ed inefficienze dell’Unione, men che meno della nascita di un’unione federale.

Perché la UE non è una federazione come sono invece gli USA (i primi, dal 1789), la Svizzera (dal 1848), l’Australia (dal 1901) o l’Austria e la Germania (dall’immediato secondo dopoguerra).

Questi paesi si sono dotati di una autentica costituzione federale mentre l’Unione Europea è nata – e resta ! – un sistema intergovernativo basato su trattati.

Le costituzioni delle vere federazioni determinano con precisione quali poteri siano gestiti dal governo federale e quali dai singoli stati membri e, con altrettanta precisione, tracciano una barriera oltre la quale il potere del governo federale non può agire, oltre la quale gli stati membri restano pienamente sovrani ed autonomi, preservando le loro culture, lingue e tradizioni peculiari.

Nelle vere federazioni non c’è spazio per istituzioni come il Consiglio della UE nel quale il conflitto tra interessi comuni e interessi nazionali non solo non è risolto ma non è risolvibile. Questo conflitto è alimentato dagli errori costitutivi del Trattato di Lisbona con i suoi opt-out e continue eccezioni volte a soddisfare gli interessi egoistici dei singoli stati.

Le corti costituzionali ci ricordano sempre più spesso quanto sia intricato il rapporto tra parlamenti nazionali e istituzioni europee. Questo rapporto è regolato dalla fallimentare suddivisione, prevista dal Trattato di Lisbona, tra competenze esclusive dell’Unione – fondamentalmente solo materia economica con l’ovvia eccezione della moneta unica che è snobbata da molti paesi – e competenze concorrenti, dove di fatto regna il caos, ed entro le quali sono annoverate le questioni relative ai diritti civili.

Rebus sic stantibus

Inoltre su ogni trattato internazionale pende l’incertezza e la minaccia destabilizzante di quello che la tradizione giuridica ha, già secoli or sono, chiamato ‘rebus sic stantibus’ (traduzione da latino: stando così le cose). Ovvero: una volta che se sono mutate le condizioni originarie entro la cui cornice uno stato aveva sottoscritto un accordo sotto forma di trattato internazionale (quale è il Trattato di Lisbona e quali erano tutti i precedenti accordi fra stati che hanno dato origine alla UE), allora quello stato ha il diritto di non osservare più le norme del trattato.

In pratica lo stato viene meno ai patti sottoscritti quando preferisce farlo (dato che le condizioni mutano sempre). Pertanto se anche lo stato in questione avesse conferito o condiviso alcuni poteri con delle organizzazioni internazionali (come la UE o le Nazioni Unite), esso può riaccentrare in qualsiasi momento tutto il suo potere entro i propri confini.

Nel caso dell’Unione Europea, dov’è la forza che potrebbe impedire tutto ciò?

Non andrà a finire come Brexit

In occasione della Brexit, con la complicità delle successive difficoltà in serie affrontate dai britannici che hanno mostrato l’attuale debolezza del sistema politico del Regno Unito, l’Unione Europea ha potuto cavarsela sostanzialmente amputando la parte ferita.

Ricordiamoci che, se si rivotasse oggi, probabilmente Brexit perderebbe ma è comunque innegabile che una consistente minoranza dei britannici, molto vicina alla metà, non vuole più avere niente a che fare con la UE.

Insomma si poteva dire, come hanno fatto tantissimi europeisti: sono stati gli inglesi a fare un errore; noi proseguiamo uniti sulla buona strada.

Con i paesi dell’Est questa situazione non si replicherà allo stesso modo perché essi non vogliono assolutamente uscire dall’Unione Europea. Ambiscono invece a godere ancora a lungo delle sue risorse monetarie e del mercato unico, all’interno del quale accedono con il vantaggio competitivo di manodopera a minor costo e tassazioni più basse. Il tutto senza dover per questo adeguarsi agli standard in materia di stato di diritto della maggior parte degli altri stati membri.

E’ bene inoltre tenere presente che, mentre l’uscita dalla UE riavvicina strategicamente il Regno Unito agli USA e ai paesi del Commonwealth, l’eventuale realizzazione – sia concordata che conflittuale –  di una Pol-Exit o di una Orban-Exit è potenzialmente associata a un riavvicinamento di questi paesi alla Russia o a potenze extraeuropee come la Cina. Si verrebbe insomma a riproporre una situazione simile a quella in essere prima della caduta del muro di Berlino.

Le implicazioni strategiche per un’Unione Europea priva di un proprio sistema di difesa e di una politica estera sono potenzialmente molto gravi.

Altroché ‘soft power’ ! Dopo la manifesta impotenza sulla crisi dei migranti, sulle crisi in Libia e le primavere arabe, in Siria, in Iraq e da ultimo in Afghanistan si produrrebbe la definitiva abdicazione dell’Europa a un ruolo di rilievo sullo scenario globale.

La contraddizione di un blocco continentale potenzialmente di oltre mezzo miliardo di abitanti ridotto all’impotenza in politica estera.

L’unica soluzione

La soluzione politica ed istituzionale a questa situazione di stallo è una sola e passa per la creazione di una federazione europea su basi costituzionali, che superi definitivamente il sistema intergovernativo basato sui trattati.

Esistono varie best practices a cui gli europei possono attingere, prima fra tutti la Convention di Filadelfia del 1787 che ha istituito gli Stati Uniti d’America.

Tutti i politici e i movimenti europeisti che non spingono per una soluzione costituzionale e federale dovrebbero indignarsi per l’assenza di ogni riferimento a una soluzione federale nella Conferenza sul Futuro dell’Europa lanciata dalle istituzioni UE.

E’ chiaro come le istituzioni europee e i governi degli stati nazionali non abbiano in questo momento alcuna intenzione di abbandonare il sistema intergovernativo, a tutto danno dei cittadini dei paesi membri dell’Unione e di quelli dei paesi che potrebbero entrare a far parte di una nuova Unione Federale, tra cui la Svizzera (già stato federale), alcuni paesi nordici come la Norvegia, i paesi balcanici e, ultimo ma non per rilevanza, il Regno Unito – perché si tratterebbe di una soluzione completamente diversa e migliore per tutti. con la sola eccezione, ovviamente, di quei politici che hanno fatto dell’arte di dividere e di acuire conflitti la ragione del proprio successo personale ed elettorale.

 

Mauro Casarotto – General Manager Europe Today

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